Adriatico da svelare: un dossier per salvare la biodiversità

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La presentazione del dossier di AdriaticRecoveryProject, mercoledì 5 Luglio ad Ancona. Presente l’AMP Torre del Cerrano.

Mercoledì 5 luglio, ad Ancona, a bordo della nave-scuola Palinuro della Marina Militare Italiana, è stato presentato il dossier Adriatico da svelare, in seno al progetto AdriaticRecoveryProject promosso da MedReAct con la collaborazione dell’Università Politecnica delle Marche. L’iniziativa è stata organizzata dall’associazione MareVivo.

L’AMP Torre del Cerrano era presente all’evento, nella persona del direttore Fabio Vallarola, sul luogo anche per rappresentare AdriaPan, il network delle aree protette dell’Adriatico.

Il mare Adriatico, nonostante le dimensioni ridotte, da solo contribuisce per il 50% alla produzione ittica complessiva italiana. Quasi la metà delle specie marine del Mediterraneo vivono nell’area adriatica. Molte di queste sono endemiche. Negli ultimi 50 anni, i grandi predatori, come squali e razze, che popolavano l’Adriatico, sono diminuiti del 94%. Per alcune specie, come lo squalo bianco o lo squalo angelo, si registra una sostanziale sparizione dal bacino. La situazione non migliora guardando a mammiferi marini come delfini, balene e foche. I numeri raccontano anche il dramma ecologico delle tartarughe di mare: si pensi che nel 2014 circa 52.000 esemplari sono stati catturati per errore da navi italiane. Di questi, 10.000 sono morti.

Secondo il dossier, la causa di questo trend negativo è di natura antropica ed è da ricercarsi in buona misura nella pratica troppo intensa - come in nessun’altra area del Mediterraneo- della pesca a strascico, che danneggia i fondali marini.

 

I fondali sono fondamentali per la riproduzione delle specie e la conservazione degli stock ittici. La Commissione Generale per la pesca nel Mediterraneo (CGPM) ha deciso di intervenire in tutela dell’ambiente marino, identificando gli Ecosistemi Marini Vulnerabili (VME) e gli Habitat essenziali per le specie ittiche (EFHs). I primi, sono quegli ecosistemi che stanno scomparendo per via dell’attività antropica, per esempio le strutture corallogene o i fondali di bivalvi come le ostriche; i secondi sono habitat che risultano indispensabili per la riproduzione e la nutrizione delle specie. Inoltre, da marzo 2017, la Dichiarazione di Malta impegna i paesi mediterranei firmatari a istituire delle Aree di Restrizione alla Pesca (FRA).

 

Il dossier sottolinea il ruolo chiave giocato dalla Fossa di Pomo, una depressione di circa 250-260 m, situata nell’Adriatico centro-settentrionale tra Italia e Croazia. L’alto Adriatico è una delle più grandi piattaforme continentali del Mediterraneo. La sua profondità media è di 35 m: questa caratteristica fa sì che risulti essere l’area più intensamente sfruttata dalla pesca a strascico, con un conseguente danneggiamento della biodiversità marina e della salute dei fondali. La Fossa di Pomo rappresenta un’eccezione in questo panorama e si comporta come una nursery per numerose specie, anche dal forte impatto commerciale come scampi, totani e moscardini, che trovano un habitat naturale idoneo grazie ai fondali ricchi pennatule e foreste di alghe.

Nel 2017, quindi, MedReAct con il contributo dell’Università Politecnica delle Marche e dell’Università di Stanford, ha proposto alla CGPM l’istituzione di un'area di restrizione alle pesca nella Fossa di Pomo. A seguito della proposta, con un’iniziativa congiunta di Italia e Croazia si è deciso di vietare, a partire dal 1 settembre 2017, la pesca a strascico nel Fondale della Fossa di Pomo e di ridurre lo sforzo di pesca nel Fondaletto.

 

Meno di un mese fa, una risoluzione europea richiamava alla necessità di intervenire per la protezione delle specie ittiche nel mar Mediterraneo, sottolineando il ruolo centrale dell’Adriatico come riserva di ricchezza biologica. Lo stesso documento insisteva sulla necessità di istituire nuove Aree Marine Protette entro il 2020 per tutelare la biodiversità e il settore ittico mediterraneo.

 

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